Perché è scoppiata la guerra tra Feltri e Fini

Un Giornale, un popolo, un capo. Da qualche settimana si è prodotto un fatto nuovo e imponderabile nella dialettica interna al Pdl e ai suoi leader. A determinarlo è stato il Giornale di famiglia – come il Foglio, dopotutto, se pure del lato non divorzile della famiglia – con il suo rapporto critico tra il direttore Vittorio Feltri, il popolo dei suoi lettori/elettori berlusconiani e un bersaglio molto grosso chiamato Gianfranco Fini.
6 NOV 09
Ultimo aggiornamento: 09:49 | 15 AGO 20
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Un Giornale, un popolo, un capo. Da qualche settimana si è prodotto un fatto nuovo e imponderabile nella dialettica interna al Pdl e ai suoi leader. A determinarlo è stato il Giornale di famiglia – come il Foglio, dopotutto, se pure del lato non divorzile della famiglia – con il suo rapporto critico tra il direttore Vittorio Feltri, il popolo dei suoi lettori/elettori berlusconiani e un bersaglio molto grosso chiamato Gianfranco Fini. Il presidente della Camera viene pubblicamente sospettato da Feltri d’essere parte attiva, insieme con il presidente Giorgio Napolitano, di una congiura di Palazzo finalizzata a rovesciare il trono del Cav. Si addebita a Fini di non perdere occasione per distinguersi da Berlusconi e di non solidarizzare con lui nella difesa della comune cittadella politica dall’assedio dei giudici.
L’ex “monarca assoluto” di An “che critica re Silvio” nuoterebbe secondo Feltri in un’ambiguità molesta, oggettivamente ostile e non più tollerabile: parli chiaro, dica con chi sta e, se non ci sta più, si rassegni alle elezioni anticipate. Il diretto interessato, che aveva già di recente querelato il Giornale dopo averne ricevuto uno scappellotto con allusioni a luci rosse, anche stavolta fa trapelare stupore e furore tramite i suoi subalterni.
Al netto delle scortesie reciproche, il Giornale sta dando voce a un popolo naturaliter incline all’estremismo passionale. Questa passionalità comprende la denuncia immaginifica dei tradimenti, la pretesa di compattezza intorno al Cav. e la volontà di spazzare il cortile del Pdl dalla “zavorra”, come la chiama Feltri. Il suo modello di giornalismo tribunizio ha una storia importante alle spalle, una storia un po’ strapaesana e un po’ selvaggia (alla Mino Maccari), che tuttavia tende a impoverire la qualità del confronto politico più di quanto la verità delle cose non l’abbia già semplificata.